Siti
di interesse archeologico a Sesto Fiorentino
a cura di Grazia Ugolini
LA GRANDE NECROPOLI DI PALASTRETO
ALLA CASTELLINA
Notizie da "Testimonianze
Archeologiche a Sesto Fiorentino"
Ricerche bibliografiche ed epistolari di Grazia Ugolini gennaio
1995-1996
Andrà presumibilmente ascritta al periodo Villanoviano
la Grande Necropoli di Palastreto alla Castellina di Quinto
fiorentino, una falda montuosa che scende dal versante meridionale
di Monte Morello e fiancheggia il primo tratto del torrente
Zambra. La segnalazione della scoperta di una tomba paleoetrusca
rinvenuta a Palastreto nell'agosto del 1901 si riscontra
in una lettera firmata da Pietro Torrigiani e indirizzata
al prof, L.A. Milani "... ma non è stato possibile
riconoscere la forma e solo fu dato di recuperare alcuni oggetti
che ne costituirebbero le suppellettili funebri...".
Fu solo nel 1965 in seguito a ripetute segnalazioni di ritrovamenti
di materiale archeologico, conseguenti allo sfruttamento di
una cava cementizia sul fianco della collina, che la Soprintendenza
Archeologica intervenne con una breve campagna di scavo che
portò alla luce i resti di una ventina di sculture
sepolcrali.
Le campagne di scavo, dirette dalla Soprintendenza Archeologica,
si sono succedute negli anni ed hanno documentato che la Necropoli
la cui estensione è tuttora in fase d'accertamento
presumibilmente occupava tutto il fianco nord-occidentale
del costone della Castellina.
Il forte pendio, che ora caratterizza la zona, doveva essere
parzialmente attenuato grazie ad una serie d'opere di
terrazzamento che avrebbero permesso una regolare distribuzione
delle sepolture.
Le tombe sono tutte della tipologia "a pozzetto"
scavate per buona parte nella terra fino a raggiungere il
corpo roccioso della collina, che in alcuni casi era scavata
per molte decine di centimetri a colpi di scalpello. La parte
scavata nella terra era rivestita con una fodera di pietre,
connesse in giri sovrapposti a secco; il tutto era inoltre
intonacato con argilla la cui applicazione era estesa anche
alla parte rocciosa del pozzetto. Sul fondo della struttura
era infine praticato un accurato drenaggio, atto a proteggere
la deposizione e il relativo corredo dalle infiltrazioni d'acque
di falda.
Il lento smottamento verso valle della superficie terrosa
della collina (accentuatasi durante il periodo di sfruttamento
della cava per le continue esplosioni di mine) non avrebbe
consentito di trovare fino ad ora sepolture intatte, ma ora
siamo in grado di distinguere due fasi della vita della Necropoli.
Nel 'primo periodo', presumibilmente tra la fine dell'VIII
sec. a.C. e la prima parte VII sec. a.C., sarebbero da collocarsi
le strutture a pozzetto singolo.
Si supponeun secondo momento' che abbraccerebbe ampiamente
il periodo d'uso delle grandi vicine "THOLOI"
(la Mula e la Montagnola) e che a Palastreto darebbe luogo
ad una serie di strutture caratterizzate dalla presenza di
coppie di pozzetti realizzati uno a canto all'altro,
spesso di profondità diversa, alcuni divisi da lastroni
di pietra.
Niente è pervenuto fino ad ora delle originali coperture,
in quanto la pietra, da cui esse dovevano essere ricavate
(certamente lo stesso "alberese" che costituisce
il nucleo roccioso della collina), è soggetta a rapido
degrado se lasciata esposta all'azione degli agenti
atmosferici.
La disposizione delle tombe della Necropoli rispecchia criteri
d'equidistanza e di rigoroso allineamento lungo file
parallele disposte a seguire l'andamento delle curve di livello.
Ciò sembrerebbe dimostrare che tale assetto fosse subordinato
ad un preciso disegno di pianificazione del sepolcreto, nato
per l'esigenza di più centri vicini tra loro e già
organizzati secondo criteri protourbani.
Queste constatazioni, unite al tipo di struttura delle tombe
più recenti apparentemente poco evolute, danno alla
Necropoli di Palastreto le connotazioni di un gran cimitero
popolare, il primo del genere fino ad ora rinvenuto a testimonianza
della presenza Etrusca nella valle dell’Arno.
TOMBA
ETRUSCA "LA MONTAGNOLA" DI QUINTO FIORENTINO
Ricerche di Grazia Ugolini
Nella camera a Tholos della tomba etrusca gli scavatori entrano
il 3 luglio 1959. "La volta senza calcina, con lastroni
grandi e grossi che dall'una banda all'altra si
accostano al mezzo e quivi congiungano". Queste parole
indicano la costruzione, del monumento, che è fatta
con grosse pietre in calcare, connesse con argilla, simile
al metodo ciclopico di edificare, usato nell'Egeo. Un
dromos scoperto dà accesso ad una porta d'ingresso
delimitata da due ante e un architrave, sormontata da quattro
lastroni monolitici e un quinto e ultimo in due pezzi; questa
successione di lastroni sporge sull'architrave con un
senso d'imponenza. Si entra in un dromos coperto a pseudo
volta. Nelle pareti del dromos si aprono due camere, a base
rettangolare, circoscritte da ante laterali che sono costruite
con lastre messe di piatto. Sopra queste lastre sono visibili
dei graffiti e alcune tracce d'ocra e d'azzurro
scuro. In fondo al corridoio si apre l'ingresso alla
tholos. L'entrata, alla camera, è ottenuta da
lunghi conci di pietra arenaria con sopra un unico lastrone
che fa da architrave. Superata la profondità di questa
struttura di conci, si nota, incastrato a terra, come un gradino
di pietra ai lati due lastroni d'arenaria infilati di
piatto, sono resti di una precedente costruzione. Questi lastroni,
sono tramezzi in mezzo a due strutture costruite con conci
d'arenaria pseudo arcuate a mensola, che servono a governare
il passaggio e l'uscita dalla tholos con radicale sutura
statica. La facciata interna della tholos è una grande
falda trapezoidale. La tholos è realizzata da un anello
curvilineo fatto di piccoli e addensati blocchi che da terra
si alzano quasi in verticale, per una certa altezza, per poi
iniziare la gradazione di chiusura dello spazio. Al centro,
di questa camera circolare s'innalza un pilastro, realizzato
con blocchi di calcare duri rivestiti di tre centimetri d'intonaco.
Sopra il monumento si alza un tumulo d'argilla e terra,
che serviva a proteggere da infiltrazioni d'umidità
le spoglie del defunto ed il ricco corredo. (Del corredo si
sono ritrovati numerosi frammenti di avorio, oro, argento,
ferro e oggetti di bucchero).
Il terrapieno alla base è rivestito da lastre di calcare.
La tomba a tholos, rientra nel periodo orientalizzante recente
(659 – 600 a.C.).
CENTRO COMMERCIALE
IPERCOOP
Ricerche di Grazia Ugolini
Nella
piana di Sesto, in Via Petrosa, a poche centinaia di metri
in linea d'aria dall'aeroporto Amerigo Vespucci di Peretola,
dal 5 novembre 2003 si trova il centro Commerciale Ipercoop.
Il progetto dell'edificio si deve agli architetti dello
studio londinese Chapman Taylor, leaders europei nel campo
dell'architettura commerciale.
Prima della costruzione dell'edificio sono stati fatti,
nell'area interessata al disegno, saggi preliminari
da parte della Soprintendenza Archeologica della Toscana;
Gli scavi hanno riportato alla luce insediamenti umani dalla
preistoria (età del rame) al periodo romano. Nel parcheggio
sotterraneo, dell'immobile sono visibili una parte dei
resti delle strutture romane. Le testimonianze archeologiche
evidenziate, appartengono ad un'azienda agricola in uso per
un lungo periodo compreso fra la fine del I sec. a.C. e la
fine del III sec. d.C. Questo edificio, del periodo romano,
comprende due impianti funzionali: la parte residenziale, o "pars urbana" dove risiedeva
il proprietario, la parte urbana, o "pars rustica"
dove si svolgevano le attività dell'azienda.
PONTE ALLE VOLPI
Notizie da “Testimonianze
Archeologiche a Sesto Fiorentino”
Ricerche epistolari e bibliografiche di Grazia Ugolini
L'antico ponte alle Volpi, documentato nella carta dei Capitani
di Parte Guelfa del secolo XVI, ancora oggi è visibile
lungo il torrente Zambra in località Palastreto. Questo
ponte (più volte manomesso nei secoli), è testimone
di un'antica viabilità. In linea generale, la
viabilità è la prima a costituirsi storicamente,
serve per unire un insieme di strutture di percorrenza che
collegano vari punti fra loro. Essa descrive lo spazio territorio
tempo in cui l'uomo agisce. L'uomo è un
essere mobile, ed i segni della mobilità sono la prima
forma fondamentale di vita di un territorio. I percorsi viari
sono quindi il segno più evidente di un'attività
operativa attiva sull'ambiente. Tale funzionalità
induce l'uomo, nel tempo, a percorrere sempre le stesse
strade che collegano fra loro i vari insediamenti in cui gli
abitanti hanno dei fondamentali punti di riferimento, legati
sia ad attività proprie di un determinato periodo,
sia a pratiche economiche, politiche e commerciale, che magico
religioso.
L'individuazione tipologica della viabilità, dapprima
considerata in rapporto alle condizioni morfologiche e climatiche
ed inseguito in rapporto all'ubicazione dei vari organismi
insediativi, era tracciata seguendo i percorsi naturali dei
crinali e dei corsi d'acqua.
Possiamo perciò distinguere, nella nostra zona, un
impianto viario d'acqua più naturale e uno di
terra che si estende in una rete sempre più complessa
in conseguenza all'intensificarsi dei rapporti economico
– commerciali.
L'impianto viario in epoche antiche, doveva avere in
pianura percorsi di collegamento che erano utilizzati soprattutto
da pescatori, commercianti fluviali e pastori. A quota superiore
erano tracciati percorsi di crinale secondario o di mezza
costa: oltre ai percorsi di collegamento tra gli insediamenti.
Probabile che uno dei tracciati più importanti collegava,
da una parte, Poggio del Giro con le tombe monumentali della
Mula e della Montagnola e dall'altra parte con le tombe
comuni di Castellina – Palastreto, mantenendosi sempre
in quota secondo un percorso di mezza costa il più
agevole e rapido. Su alcuni documenti dei primi del 1900 è
segnata una strada poderale nella proprietà Tognozzi
- Moreni denominata "via dei morti" o "via
del poggio" toponimi identificati con Poggio del Giro
e Palastreto, come fulcro di zone sacre e cimiteriali.
Il tracciato locale si allacciava, presumibilmente, ad un
tracciato principale che attraversava il Ponte alle Volpi
e proseguiva oltre, in due direzioni opposte: in un senso
verso Fiesole e nell'altro verso l'abitato all'incrocio
dei due fiumi il Marina ed il Bisenzio, per poi dividersi
in due rami uno che andava verso Artimino e uno verso il Mugello
per proseguire verso Marzabotto e Felsina.
Possiamo pensare che le strade, che collegavano Sesto, Quinto,
Quarto, Terzolle e Fiesole, passavano là, dove ancora
si trova il ponte alle Volpi che univa altri antichi sentieri
con altrettanti nodi viari, Questi antichi percorsi oggi quasi
dimenticati, ma mai saranno cancellati perché "...l'impianto
viario rimarrà sempre un organismo-base e sempre in
qualche misura condizionante, cioè permarrà
nel corso della storia come matrice operante, continuo artefice
dell'individualità del territorio...".
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